Lost su Corriere (19 aprile 2005)

Tutti stregati da «Lost», serial psicologico
Acclamata in Usa la fiction su un gruppo di sopravvissuti.
“I dialoghi conferiscono ai personaggi profondità emotiva”

NEW YORK – Il New York Times lo definisce «trascinante» e «irresistibile». Il Washington Post lo paragona a «X-Files » e a «Twin Peaks». Sociologi, psicologi ed esperti di mass media hanno versato fiumi di inchiostro per analizzare le sue metafore e il suo impatto sulla cultura popolare americana, chiedendosi come fa un serial tanto colto a piacere ad un pubblico assuefatto alla tv spazzatura. Dopo soltanto 7 mesi di vita, «Lost», la nuova miniserie drammatica del 38enne «enfant prodige» della tv Usa, J.J. Abrams («Alias») si è già trasformato in un cult istantaneo, acclamato dai critici e ai primi posti nella classifica degli indici d’ascolto.
Accanto a «Desperate Housewives», l’altro hit (sempre della Abc) che ha rilanciato il network della Disney dopo anni di crisi . «Era dai tempi di X-Files che uno programma televisivo non creava un baccano del genere e peraltro tutto meritato», scrive Entertainment Weekly . Nell’era di «Survivor» e «Fear Factor», «Lost» (in Italia si può vedere su Fox, il canale satellitare della piattaforma Sky, e da settembre andrà in onda anche su Raidue) offre l’antidoto perfetto alla reality tv, che ormai mostra segni di stanchezza dopo aver saturato l’etere per ben cinque stagioni.
«Lost» inizia con Jack (Matthew Fox) che si sveglia ferito in mezzo alla giungla, e dopo essersi trascinato a fatica fino ad una spiaggia, scopre che l’aereo a bordo del quale viaggiava è precipitato in una remota isola del Sud Pacifico, uccidendo gran parte dei passeggeri. I sopravvissuti scoprono che Jack è un dottore e si mettono completamente sotto la sua ala, ma non appena cominciano a riaversi, vengono terrorizzati da un suono primordiale e sinistro che proviene dal cuore della foresta. Ben presto scopriamo che l’incidente è avvenuto in una longitudine improbabile, lontanissima dalla rotta originale dell’aereo, che da Sydney era diretto a Los Angeles.
Questo ed altre incongruenze sono raccolte quotidianamente dal sito Salon.com che si è divertito ad elencare ciò che definisce «i tanti errori contestuali della serie». Ma secondo il sito internet di fan http://www.lostfic.com (uno tra centinaia) anche gli errori del serial sono intenzionali. «”Lost” combina flashback, spezzoni di dialogo e azione per conferire ai suoi personaggi una incredibile profondità emotiva – sostiene il critico Peter Ames -. Sin dall’inizio intuiamo che gli eroi della serie erano tutti già perduti, spiritualmente, ben prima di mettere piede su quell’aereo maledetto».
Ogni personaggio è come spinto su quell’isola da forze invisibili ed incontrollabili del destino. Il dottor Jack, col bisogno quasi ossessivo di mettersi sempre alla prova, è in fuga dal tempestoso rapporto con suo padre, la cui morte improvvisa per alcolismo l’ha costretto a quel viaggio aereo in Australia. Sayid (il londinese Naveen Andrews) è un ex soldato iracheno ancora devastato dai sensi di colpa per i crimini che ha commesso agli ordini della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein. E poi c’è Charlie (il tedesco Dominic Monaghan), la rockstar sulla via del tramonto che ha rinunciato alla musica, preferendole i «lustrini» della droga. E ancora: Kate (la canadese Evangeline Lilly) la bella fuggiasca, ammanettata in volo ad un poliziotto che prima di spirare mette in guardia il dottor Jack: «Guardati da lei, è pericolosissima». E il cast incredibilmente internazionale include anche Jin (Daniel Dae Kim)e Sun (Yunjin Kim) nei panni di una coppia coreana continuamente malintesa a causa della lingua.
Ma il personaggio chiave è John Locke (Terry O’Quinn), un uomo misterioso e introverso, l’unico che sembra avere un rapporto quasi viscerale con lo spirito metafisico di quell’isola. Nella quarta puntata, durante un flashback, scopriamo che prima dell’incidente aereo, Locke era un paraplegico, condannato ad una sedia a rotelle. Un altro episodio rivela la connessione tra John e l’omonimo filosofo del 17° secolo. «Quel terribile incidente aereo diventa una sorta di processo di rinascita – spiega Abrams – e i sopravvissuti sono una comunità neonata, che incarna l’uomo pre-sociale di Locke». Nell’America del revival religioso senza fine, la miniserie ha letteralmente stregato il pubblico con le sue metafore, simboli e presagi mistici. Persino il mostro, che si sente ma non si vede mai, è l’allegoria perfetta della bestia che minaccia la civiltà umana e si annida nell’angolo più recondito di ognuno di noi.

Alessandra Farkas

Via | Corriere.it

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